L’uomo delle novità

L’Uomo delle Novità

«Che uno dei maggiori artisti dell’Abruzzo del secondo dopoguerra, certo il più significativo espresso, durante almeno un ventennio – diciamo pure, dalla fine degli anni ’40 a tutti i ’60 – dal comprensorio peligno, colui che, negli anni ’50, rivestì per l’intera regione il ruolo di “uomo delle novità”, ruolo coerentemente, del resto, sottolineato dalle partecipazioni alla Biennale veneziana, alle Quadriennali e, con insistenza serrata, alle più prestigiose rassegne nazionali, dai “Premi Michetti”» al “Maggio di Bari” e così via, «abbia visto nel tempo offuscare la propria notorietà, perfino a vantaggio di modesti epigoni, costituisce una vera e propria distorsione storiografica (per disinformazione, evidentemente), che impone di essere riparata e risarcita».

Ad asserirlo in apertura del fondamentale saggio sulle Ragioni dell’arte e “pietas” nella pittura di questo Maestro, licenziato nel 2004 e dunque in tempi relativamente recenti, è stato Carlo Fabrizio Carli, una delle voci più autorevoli ed equilibrate della critica contemporanea, non senza rimarcare come «la vicenda artistica e la correlata (non certo adeguata […]) fortuna critica di Italo Picini» acquistino il significato e l’incidenza di «un episodio esemplare», il quale, data «la vistosità della sopravvalutazione, ovvero l’entità dei torti critici – Picini risultando penalizzato da questi ultimi – giunge ad assumere tale perentoria evidenza da assurgere al rilievo di un “caso” culturale», per altro idoneo ad attestare come sia «tuttora carente, spesso distorta, la conoscenza dei percorsi estetici del Novecento», con la conseguenza che «i bilanci storico – critici» formulati in merito al non esiguo panorama degli operatori in tale arco di tempo attivi nei diversi campi delle espressioni creative fiorite nell’Italia del secolo scorso non possano venire considerati esaustivi, ma, ove si escludano le «emergenze di consolidata rilevanza», aspettino tuttora «di essere sottoposti a attenta verifica».

Al superamento degli ostacoli che si frappongono all’acquisizione di quella «conoscenza diretta e diffusa delle opere», che effettivamente «riesce non di rado problematica» per non pochi autori novecenteschi, «pur trattandosi di artisti di un passato tutto sommato prossimo», avrebbe potuto validamente concorrere, nel caso di Italo Picini, quell’insieme di dipinti, disegni e sculture da lui, in tre successivi momenti, messi a disposizione della Amministrazione Provinciale dell’Aquila, della Città di Sulmona e dell’Amministrazione comunale di Pratola Peligna dopo averli selezionati nel precipuo intento di costituire tre raccolte che si completassero a vicenda pur conservando le distinte fisionomie di tre autonome realtà idonee ad offrire un esaustivo panorama della sua produzione, a diffonderne la conoscenza e a favorirne lo studio.

Proprio perché pienamente rispondente a tali finalità, la prima, «generosa donazione di 100 dipinti da parte di Italo Picini all’Amministrazione provinciale dell’Aquila e, da parte di quest’ultima, la decisione di assicurarne la permanente sistemazione espositiva e la libera fruibilità» vennero «salutate con grande favore», come sottolineò Carli nel saggio posto a introduzione dell’apposito Catalogo che venne prescelto a curare1 unitamente all’allestimento di quella che era destinata a rimanere la “Mostra Permanente” della “Donazione Italo Picini”, opportunamente distribuita, sotto la sua guida, negli ambienti del prestigioso Palazzo della Provincia, in cui non molto tempo addietro era stata convertita, a Sulmona, l’antica e imponente dimora patrizia dei Baroni Mazara ubicata in Via Panfilo Mazara. A dare conferma di siffatta destinazione del fondo con prospettive senza scadenze fu l’allora Presidente dell’Amministrazione provinciale, dott. Domenico Susi, che dell’operazione aveva avuto l’idea, si era adoperato per ottenere dal Consiglio le approvazioni, che ne legittimassero l’attuazione a livello normativo e per creare le condizioni necessarie alla sua pratica realizzazione, coadiuvato in tale incombenza da un piccolo nucleo di alcuni fra i più consapevoli conterranei dalla varia estrazione politica. Per cui, presentandola alla stampa il giorno precedente all’inaugurazione solennizzata nel pomeriggio del 6 giugno 2004, poté proclamare che il «mecenatismo, un tempo esclusivo appannaggio delle nobili casate, oggi vede negli Enti pubblici gli eredi di quella funzione di promozione e di conservazione delle produzioni artistiche di personaggi […] come il Maestro Italo Picini», che, «con la sua lunghissima vita artistica, rappresenta la storia e l’evoluzione della pittura nell’arco di oltre mezzo secolo»2.

Ciò non di meno quell’articolato insieme di opere non rimase per molto a disposizione del pubblico e degli esperti, come aveva auspicato il Dr. Susi, anche lui nativo di Bugnara al pari del Maestro ma non per questo suo estimatore tanto più ammirato e convinto perché, «oltre che grande pittore», questo singolare artista, quasi collimando con le ragioni delle sue propensioni all’agone politico, si era e si è sempre dimostrato «anche attivo nel sociale proprio con la sua pittura». Le mutate condizioni e i diversi interessi sopravvenuti dopo la conclusione del suo mandato, difatti, finirono con l’indurre i suoi successori a chiudere le porte delle sale espositive, che per fortuna sono state di recente riaperte alla pubblica fruizione.

Non molto tempo dopo che ne venne attuata la chiusura però, il Maestro, costantemente animato dalle medesime finalità e forse anche per sopperire a quella perduta opportunità, maturò, nel 2006, la decisione di procedere al lascito di una diversamente significativa raccolta di 53 dipinti e 15 riproduzioni serigrafiche di studi e disegni prevalentemente licenziati dagli anni Settanta in poi, in favore del Liceo classico di Sulmona mentre vi esercitava ancora le funzioni di Preside il Prof. Giuseppe Evangelista, che era stato uno dei più caldi e convinti fautori della costituzione del fondo della Provincia, ma che, per essere al termine del suo mandato, non poté disporre del tempo necessario per portare a compimento la pubblicazione del Catalogo, del quale mi aveva già affidato la realizzazione e nel quale avrebbero dovuto figurare le riproduzioni di tutte le opere prese in carico e fatte subito efficacemente esporre nei più luminosi ambienti dell’edificio.

Sennonché, gli eventi sismici dell’aprile 2009, costrinsero all’imprevisto trasferimento dei dipinti nel poco accessibile ambiente in cui tuttora giacciono forse per il protrarsi della precaria sistemazione logistica dell’Istituto o per l’avvicendamento dei responsabili delle sue sorti.

Nel frattempo il Pittore, mirando alle stesse finalità, aveva già destinato una terza e meno articolata selezione di tre disegni e 28 dipinti, fra oli e tempere, al Comune di Pratola Peligna.

L’allestimento di una apposita mostra e la pubblicazione del relativo catalogo, corredato dalla riproduzione di tutti i lavori, precedettero di poco, «come logico e naturale prologo», la manifestazione che gli Amministratori di quella città organizzarono alle soglie dell’estate 2008 allo scopo di solennizzare degnamente la presentazione alla collettività delle opere di cui «tempo fa il maestro Italo Picini ha fatto dono ai pratolani tutti, con un gesto di estrema generosità» e per annunziare come esse avrebbero trovato, «finalmente, degna collocazione nelle sale di Palazzo Santoro Colella», il prestigioso edificio nel cuore del centro abitato che, a partire da quel momento, sarebbe «divenuto il Museo civico di Pratola Peligna» da incrementare e nel quale avevano «deciso» con atto deliberativo «di assicurare la permanente sistemazione espositiva e la libera fruibilità» di quel fondo «per rendere omaggio a un grande maestro, la cui vicenda artistica rappresenta un episodio esemplare dei percorsi estetici del Novecento»3.

Alla luce di tali vicissitudini, le osservazioni avanzate da Carlo Fabrizio Carli potrebbero, benché del tutto involontariamente, assumere anche, per l’ipersensibilità dei più consapevoli, il suppletivo tono di un richiamo atto a destare perfino qualche scrupolo per non avere in qualche misura concorso ad arginare il propagarsi di quella “disinformazione” da cui Picini è stato con altri “penalizzato”, in tal modo lasciando che si ripetessero errori già commessi in passato pure a danno di qualche illustre Maestro, come si è verificato nel caso di Teofilo Patini, in difesa dei cui reali meriti non si levò in Abruzzo voce intesa a contrastare i gravi fraintendimenti, che, precocemente e tendenziosamente levati ad inficiare il vero senso e il reale significato da annettere alla sua opera con particolare riguardo a quella di tema sociale, vennero ulteriormente alimentati e aggravati dall’ostracismo decretato per quasi tutta l’arte ottocentesca italiana dalla più autorevole, ma per certi versi miope critica ufficiale di metà Novecento, con la conseguenza che si è reso possibile rimuovere l’immeritato oblio derivato al Pittore sangrino solo dopo decenni di ricerche e di studi desolatamente solitari.

Anche perciò, l’insidia del silenzio, che in maniera del tutto affine rischia di infittirsi pure su Picini, ha finito per assumere le sembianze di un monito e la prepotente funzione di stimolo da cui è derivato l’invito a riportare l’attenzione sulle motivazioni e sulle qualità pittoriche che emergono dalle opere di questo ormai quasi centenario e volutamente appartato Maestro, a scandagliare ulteriormente, sulla scia di quanto è già stato fatto da alcuni studiosi e critici d’arte, i caratteri e il significato degli esiti di maggiore rilevanza a cui è pervenuto seguendo le propensioni sempre consequenziali che lo hanno accompagnato e sostenuto dagli esordi alla maturità e fino alla più tarda stagione ancora in atto e ad approfondire il senso e le ragioni di certe sue scelte, in tal modo ritessendo con rinnovata accuratezza il dipanarsi della sua poetica.